La politica estera raramente entra nel dibattito pubblico per ciò che è ma quasi sempre come estensione della politica interna, come leva identitaria noi vs gli altri, e come leva di posizionamento elettorale. Anche quando succedono fatti clamorosi nel mondo (guerre, alleanze, crisi internazionali) queste vengono raccontate non per le loro conseguenze geopolitiche, ma per come rafforzano o indeboliscono un leader o una coalizione. Penso che questo dipenda da una scarsa preparazione geopolitica dei più. Ma sono anche i media nazionali che esagerano nel presentare l’agenda internazionale con una scarna spiegazione del contesto storico e strategico, che garantiscono una scarsa continuità della copertura estera (interi paesi e continenti non vengono mai citati) e con una forte dipendenza di immagini shock. Mancano sempre di più i corrispondenti esteri ed allora ci si affida a quanto si trova sul web…
Il risultato è un pubblico che reagisce, ma che difficilmente comprende. L’estero diventa “notizia” solo quando è dramma o argomento di polemica interna.
E questo mi porta ad una domanda di fondo: gli italiani sono davvero disinteressati al mondo oppure non vengono messi nelle condizioni di capirlo? Temo… tutti e due. Spesso la gggente attiva la propria attenzione solo quando l’estero “tocca il portafoglio” (energia, inflazione, migranti) con un rapido calo dell’interesse quando il tema diventa complesso e richiede una visione ed una conoscenza più strategica che “emotiva”. In Francia, Inghilterra, Germania la politica estera è più più presente nel dibattito e viene raccontata come politica pubblica, non solo come argomento emergenziale. Questo rafforza l’idea che il problema italiano sia comunicativo e culturale, non solo di interesse.
In sintesi, l’Italia non ignora il mondo ma lo guarda solo occasionalmente e “con occhio interno”.
È una constatazione che ha però una sua conseguenza: come possiamo pensare che un Paese che comunica poco il mondo, possa davvero incidere su quel mondo?