Un recente sondaggio di SWG sulle rinunce nello stile quotidiano racconta un cambiamento evidente: sempre più donne scelgono di abbandonare elementi percepiti come scomodi o eccessivamente impegnativi.
Tra le prime voci di “defezione” troviamo i tacchi (30%), i pantaloni ultra-aderenti (27%), il trucco importante (21%), i completi formali (21%) e l’intimo modellante (19%).
Nel complesso emerge un quadro chiaro: meno costrizioni e più comfort.
Si tratta di un trend evidente, che tuttavia apre una domanda rilevante soprattutto per le donne che ricoprono ruoli di responsabilità, imprenditrici, manager, donne in politica: ci si può mettere comodi senza risultare sciatti?
Struttura formale e accessori
Sempre più donne accantonano i tradizionali simboli di femminilità e, insieme, abbandonano alcune rigidità e formalismi. Il punto, però, è che quando si rinuncia a un codice, è necessario sostituirlo con un altro.
Eliminare il superfluo può essere un segno di maturità stilistica; eliminare la struttura, invece, rischia di diventare un errore strategico. Il tacco può essere sostituito, ma non l’idea di verticalità che contribuisce a costruire la presenza. Allo stesso modo, il completo formale può essere alleggerito, ma deve continuare a trasmettere autorevolezza.
Quando non è progettato, il comfort non comunica leadership: purtroppo comunica solo trascuratezza. Ed è proprio in questo passaggio delicato che entra in gioco il lavoro sull’immagine.
Il confronto con gli uomini
Nel mondo maschile la destrutturazione è generalmente più controllata. Un uomo può togliere la cravatta, restando comunque all’interno di un sistema di codici consolidati: la giacca, i tagli netti, una palette neutra, una silhouette stabile. Anche nel casual esiste una grammatica riconoscibile.
Per le donne la situazione è diversa. Storicamente hanno avuto un ventaglio espressivo molto più ampio; tuttavia, quando eliminano alcuni elementi, rischiano di perdere più rapidamente leggibilità. E la leggibilità è un fattore fondamentale, soprattutto nei ruoli visibili e apicali.
Accade infatti che un uomo trasandato venga perdonato più facilmente, perché percepito come “concentrato sul lavoro”, mentre lo stesso non avviene per una donna. È un doppio standard che esiste, resiste e con il quale è necessario fare i conti.
Il fattore generazionale
Nel percorso verso una maggiore centralità del comfort e una minore differenziazione di genere nello stile, le generazioni più giovani, Millennial e Gen Z, rappresentano senza dubbio un fattore di accelerazione.
Per loro l’autenticità tende spesso a prevalere sul codice. La questione emerge però quando entrano in funzioni direttive o quando si confrontano con ambienti che continuano a leggere l’immagine attraverso parametri più tradizionali.
A nostro avviso, anche la comodità deve essere progettata e non lasciata al caso. Una sneaker può essere autorevole; un pantalone morbido può essere impeccabile; un viso quasi senza trucco può diventare fortemente identitario.
La differenza tra “naturale” e “non curato” può essere quasi invisibile per chi la porta, ma è chiarissima per chi guarda. Il vero errore, infatti, non è essere troppo formali o troppo informali: è essere indefiniti.
È proprio qui che il lavoro sull’immagine diventa strategico e interviene per:
- strutturare la comodità
- dare forma all’apparente semplicità
- costruire una leadership visiva coerente
In questa prospettiva, i dati del sondaggio non raccontano il declino dell’eleganza femminile. Piuttosto ci invitano a rielaborare alcuni criteri a cui eravamo abituati.
Per noi non è una questione di moda: è una questione di strategia.