Anatomia di un gesto che vorrebbe sembrare casuale
C’è un gesto che attraversa, trasversalmente, gran parte della classe politica occidentale: la giacca trattenuta con due dita, quasi sempre il pollice sulla spalla, con una nonchalance così accuratamente costruita da risultare, a ben guardare, quasi tenera.
Quasi. Perché di spontaneo, in quel gesto, c’è pochissimo.
Il codice che vuole veicolare è chiaro: sono uno di voi, non sono ingessato nel protocollo, vengo da un mondo reale. La giacca non pende dall’attaccapanni di un ufficio istituzionale: sta lì, appoggiata, come se chi la porta stesse rientrando da una partita o da un pranzo tra amici. Accessibile. Umano. Vero.
Peccato che sia esattamente l’opposto della verità.
La grammatica del falso disordine
Il linguaggio del corpo non mente, ma si può imparare. E quando si impara troppo bene, comincia a parlare un’altra lingua rispetto a quella che vorrebbe pronunciare.
La giacca sulla spalla appartiene a una famiglia precisa di segnali non verbali: quelli che mimano la liberazione dalla cornice formale. Il primo bottone slacciato, le maniche risvoltate sull’avambraccio, il nodo della cravatta allentato dopo l’intervento, gli occhiali tenuti a un’asta mentre si parla. Tutti gesti che, sul piano semiotico, dichiarano la stessa cosa: sto abbassando la guardia, mi fido di voi, posso permettermi di non essere perfetto.
È un dispositivo retorico antico, gli studiosi di comunicazione lo chiamano studied carelessness, trascuratezza studiata, e funziona perché poggia su un principio psicologico solido: la fiducia nasce dalla percezione di vulnerabilità, non di controllo. Mostrare un’imperfezione calibrata segnala che non si ha nulla da nascondere.
Il problema arriva quando il segnale diventa sistematico. Quando si ripete identico in ogni uscita pubblica, in ogni fotografia, in ogni passaggio davanti agli obiettivi. A quel punto cessa di essere abbandono della forma e diventa, paradossalmente, la forma più rigida di tutte: forma travestita da abbandono.
Quando il pubblico riconosce il copione
Qui interviene un meccanismo cognitivo interessante. Il cervello umano è straordinariamente abile a individuare i pattern, e ancora più abile anche se in modo non sempre cosciente a fiutare la dissonanza tra messaggio e contesto. Si chiama uncanny valley del linguaggio non verbale: quando un gesto vorrebbe essere naturale ma rivela una traccia di artificio, lo spettatore non sa esattamente cosa lo disturbi, ma qualcosa stride.
È il “non mi convince” che chi lavora nella comunicazione politica conosce bene dai focus group. Raramente l’elettore sa articolare il motivo. Dice cose vaghe: non lo sento autentico, sembra costruito, mi pare finto. Sotto quelle frasi imprecise c’è quasi sempre un mismatch tra il segnale spontaneo che il candidato vorrebbe trasmettere e la sua esecuzione meccanica.
Il rischio, per chi sceglie questa strada, è duplice. Sul piano estetico, la postura calcolata schiaccia l’individuo dentro un archetipo già visto, indebolendo la riconoscibilità personale. Sul piano psicologico, attiva nello spettatore una resistenza inconscia: percepisce di essere oggetto di una persuasione, e si difende.
Il punto non è il gesto. È la finzione di non farlo.
Un consulente d’immagine serio non condanna chi lavora sulla propria comunicazione: è precisamente ciò che facciamo ogni giorno. Lavorare sull’immagine pubblica non è un peccato, è un mestiere. Il punto è un altro, ed è più sottile.
Quando un segnale entra nel lessico visivo collettivo al punto da essere immediatamente decodificabile, quando chiunque, vedendo quella giacca su quella spalla, sa già di trovarsi davanti a un’operazione di posizionamento, il segnale ha esaurito la sua funzione. Non comunica più informalità: comunica intenzione di apparire informali. È una differenza piccolissima, e però decisiva.
L’immagine pubblica che resiste nel tempo non è quella più costruita, ma quella più coerente con la persona che la indossa. Coerenza non significa spontaneità totale, sarebbe ingenuo pretenderlo da chi vive sotto i riflettori, ma sintonia tra il gesto pubblico e qualcosa di vero del soggetto privato. Un dettaglio che racconta davvero chi si è, non un cliché preso in prestito da un manuale degli anni Novanta. La domanda da cui partire, sempre, dovrebbe essere una sola: cosa, di questa persona, vale la pena di essere raccontato senza dover essere camuffato? La risposta a quella domanda è il punto da cui ricominciare. Tutto il resto, giacche comprese, viene dopo.