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Apocalisse ter

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Per oltre 30 anni corrispondente da New York per la Gazzetta dello Sport
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Il calcio italiano tra declino e rivoluzione

Nel 2018 l’abbiamo chiamata Apocalisse, perché non potevamo predire il futuro e perché pensavamo non ci potesse essere qualcosa di peggio. Eravamo certi che fosse stato un episodio di grande sventura, anzi, mi permetto una piccola battuta: sVentura, dal nome di chi in quel momento stava al timone della nostra corazzata. Già, perché la ritenevamo tale: inaffondabile.

Poi è arrivato il 2022. Eravamo ancora freschi di un successo inaspettato all’Europeo 2021 e di un record mondiale di partite utili consecutive, ben 37. Eppure, in quelle qualificazioni mondiali era affondato anche l’ammiraglio di quelle imprese, il ct Roberto Mancini, che dalla nave ormai alla deriva era sceso in fretta e furia, richiamato dai pifferai arabi zeppi di soldi. Con la seconda Apocalisse avevamo così perso anche il nostro punto di riferimento: l’uomo che per qualche anno aveva coltivato e coccolato le nostre ambizioni da prima della classe.

Nel 2026, amaro presente, ci siamo inabissati di nuovo. Neppure capitan Gattuso, ardito con la baionetta fra i denti più che fino stratega, è riuscito a traghettarci al prossimo Mondiale. E dire che la traversata sembrava roba da vaporetto, nonostante l’oceano da attraversare. Per questa terza disfatta non ci siamo nemmeno ingegnati a trovare nuovi paroloni dalle declinazioni infernali: l’abbiamo semplicemente chiamata ancora Apocalisse. Il terzo atto. Il sequel del sequel.

Siamo in fondo a un crepaccio scivolosissimo, senza appigli.

L’ultimo Mondiale disputato resta quello brasiliano del 2014, con eliminazione nella fase a gironi, come già era accaduto quattro anni prima. Eliminati da Paraguay, Slovacchia, Costa Rica, Nuova Zelanda e Uruguay. Poi le tre apocalissi. In totale, vent’anni di buio dal trionfo del 2006. La crisi di risultati e di identità del calcio italiano è sotto gli occhi di tutti. Anche la Serie A arranca: il confronto con i principali campionati europei è impietoso, con budget ridotti all’osso e rose intasate di stranieri spesso mediocri o vicini alla fine della carriera, acquistati però a prezzi contenuti che alleggeriscono i bilanci.

Tutto questo per dire che la situazione è diventata insostenibile e che, a mio avviso, si impone un cambio radicale: una rivoluzione. In un Paese diverso dal nostro, sarebbe arrivata molto prima, diciamo dopo la prima Apocalisse. Come avevano fatto Germania e Francia agli inizi del secolo: improvvisamente in crisi di risultati, avevano mandato i bulldozer fino alle fondamenta del loro sistema calcistico e ricostruito tutto da zero. Stipendi da professionisti per gli allenatori dei ragazzini, tornei senza classifica, tecnica al posto della tattica, più spazio ai giovani.

In Italia, invece, la parola rinnovamento sembra poco attraente. Per convincere Gabriele Gravina, 72 anni, presidente dal 2018 e protagonista, nel bene e nel male, degli ultimi due cicli a fare un passo indietro ci sono voluti giorni. Per ribaltare un sistema ci vuole coraggio, per dare spazio ai giovani ancora di più. E il paradosso è evidente: l’uomo chiamato a guidare questa rivoluzione non sarà un quarantenne. Il compito di riportare l’Italia calcistica tra le grandi potenze toccherà quasi certamente a Giovanni Malagò, 67 anni, che già raccoglie il sostegno di 19 club su 20 della Serie A, dei calciatori e degli allenatori, con altre componenti pronte ad aggregarsi. È il candidato forte alle elezioni del 22 giugno, con un unico sfidante: Giancarlo Abete, 76 anni, già alla guida della Federazione nei Mondiali del 2010 e del 2014, gli anni dei disastri sudafricani e brasiliani.

Malagò è stato presidente del CONI dal 2013 fino a pochi mesi fa, è membro del CIO dal 2018 e ha appena concluso, da presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, la gestione dei Giochi Olimpici Invernali. Un’edizione su cui pesavano molte ombre di insuccesso, e che invece si è rivelata un successo su tutti i fronti: logistico, organizzativo e sportivo, con una pioggia record di medaglie per l’Italia. La prima Olimpiade davvero diffusa sul territorio, Milano, Cortina, Bormio, Livigno, Tesero, Anterselva, Predazzo, Verona ha funzionato.

Malagò è prima di tutto un uomo di sport: intelligente, capace di fare squadra, fine organizzatore e, soprattutto, vincente. Basta scorrere i medaglieri degli sport italiani durante la sua reggenza al CONI per misurare l’impatto della sua leadership. Se eletto presidente della FIGC, saprà individuare le persone giuste, magari ex calciatori carismatici, per i ruoli chiave. Nei colloqui con le varie componenti del calcio ha già presentato idee e programmi chiari per rovesciare uno status quo che da vent’anni produce quasi soltanto apocalissi. Le sue parole più significative di questi giorni: «Abbiamo parlato di tanti temi. Criticità ci sono, se no non saremmo qui» espresse con la sicurezza di chi sa come affrontarle. Credo che Malagò possa essere l’uomo di questa rivoluzione.

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