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Elogio del Cencelli

l'autore
È un politologo italiano ed esperto di comunicazione politica. La sua carriera include ruoli come giornalista, dirigente d’azienda e consulente di relazioni pubbliche, fornendogli una prospettiva a 360 gradi sulle dinamiche di potere e informazione. Ha ricoperto l’incarico di professore a contratto in diverse università italiane e ha fornito consulenza a Ministeri dei Trasporti, della Salute e della Giustizia, dimostrando una profonda conoscenza delle istituzioni e delle politiche pubbliche.
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Considerazioni di un brontolone

Senza un rapporto reale tra elettori ed eletti, la politica italiana rischia un progressivo svuotamento democratico. Quando chi viene scelto non dipende più da un legame con territori e consenso, ma da cooptazione interna, fedeltà al vertice e burocrazie di partito, il sistema ripiega su sé stesso: i partiti si trasformano da strumenti di mediazione tra società e istituzioni in strutture centralizzate che tendono ad autoriprodursi.

Il rispetto dei giusti pesi

È qui che, paradossalmente, può tornare utile una riflessione sul tanto vituperato Manuale Cencelli. Per decenni è stato il simbolo della degenerazione partitocratica, correnti, quote, spartizioni, e lo fu davvero. Ma il suo significato non si esaurisce nella caricatura della “distribuzione delle poltrone”: il Cencelli presupponeva che il peso politico fosse proporzionato a un consenso reale, territoriale ed elettorale, e che il potere riflettesse equilibri costruiti nel rapporto con la società organizzata.

Non si tratta di idealizzare quel sistema, che produsse distorsioni evidenti, ma di riconoscere che si fondava su una funzione oggi drammaticamente indebolita: il partito come cerniera tra società e Stato. Nella cultura democristiana, pur con le sue degenerazioni correntizie, il partito era un luogo di composizione tra territori, interessi, culture locali e rappresentanza nazionale. Diverso il modello comunista, segnato dalla forma del partito centralizzato, pedagogico e ideologicamente orientato.

Oggi, dissolte quelle forme di mediazione, il rischio non è la scomparsa delle oligarchie, ma il loro rafforzamento in forme nuove: meno correnti radicate socialmente e più apparati centrali, meno rappresentanza organizzata e più selezione dall’alto, meno politica e più burocrazia politica.

Una democrazia sopravvive a molte imperfezioni, ma difficilmente all’inaridimento del rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Dove gli elettori non incidono sulla selezione degli eletti, il partito smette di essere cerniera e diventa recinto; e quando il recinto prevale sulla relazione viva con la società, la politica perde la capacità di interpretare e trasformare il Paese. Il problema non è tornare al Cencelli, ma capire cosa quel sistema cercava di garantire: che il consenso avesse un peso. Se oggi quel peso si dissolve, il rischio non è una democrazia più moderna, ma una democrazia più povera.

Il Cencelli, ovvero: quando i vecchi brontolano

Ci si accorge di essere diventati vecchi quando si comincia a dire “ai miei tempi…”: di solito un segnale infallibile di rimbambimento. Spero ci sia qualche eccezione.

Parliamo del Manuale Cencelli: il leggendario prontuario, mai pubblicato ufficialmente, con cui la Democrazia Cristiana distribuiva gli incarichi di governo tra le sue correnti. Lo inventò quasi per caso, nel 1967, Massimiliano Cencelli, uomo di apparato mai eletto in Parlamento, sindaco di Caldarola, in provincia di Macerata. Trattava le correnti come azionisti: chi aveva il 12% dei voti congressuali aveva diritto al 12% degli incarichi. I ministeri erano classificati in “grossissimi”, “grossi”, “piccoli” e “senza portafoglio”, e pesavano perfino l’equilibrio geografico e il potere assuntivo di ciascun dicastero. Un algoritmo ante litteram.

All’epoca sembrò lo scandalo degli scandali: lottizzazione istituzionalizzata, clientelismo elevato a scienza. Molti di quei vizi erano reali, ma non dipendevano dal Cencelli: contava soprattutto la mancanza di alternanza al governo, imposta dalle condizioni geopolitiche. Eppure, rileggere quella storia oggi produce un effetto straniante.

Il meccanismo presupponeva un partito che non voleva sostituirsi alla società, ma intermediarla. Le correnti democristiane erano aggregazioni reali — sindacali, culturali, religiose, territoriali — che convergevano nei congressi anche conflittualmente. Deputati, capicorrente e sottosegretari rendevano conto a qualcuno in carne e ossa, e i gruppi parlamentari avevano un peso autonomo rispetto alla direzione. C’era insomma una catena di legittimazione, per quanto convoluta e spesso corrotta, che partiva dalla società e arrivava alle istituzioni.

Questa concezione del partito come cardine tra società e Stato non era l’unica nella Prima Repubblica. Esisteva una tradizione opposta, di derivazione giacobino-leninista, che vedeva il partito non come mediatore ma come sostituto: un organismo unitario e disciplinato che decideva al proprio interno e poi eseguiva, e ambiva a farsi Stato più che a rappresentare la società. Un modello coerente e per certi versi forte, ma centralistico e pedagogico — il partito diceva anche come scrivere i libri, dipingere i quadri o fare i film.

Il paradosso è che oggi, quando si invoca una “rifondazione” dei partiti, il modello che aleggia implicitamente è proprio quello giacobino-leninista: partito forte, centrale, disciplinato, con leadership indiscussa e apparato fedele. Nessuno sembra accorgersi che è proprio questa forma-partito ad aver fallito, e che non è adatta alla società contemporanea. Intanto i parlamentari, nominati con liste bloccate, rispondono a chi li ha messi in lista e non agli elettori; le burocrazie si autoalimentano selezionando per fedeltà al capo di turno; e la partecipazione al voto pare avviata a un calo inarrestabile.

Qui sta il pericolo vero: senza una relazione funzionante tra elettori ed eletti, la politica perde la sua funzione essenziale, governare aggregando domande sociali, rappresentando conflitti, mediando interessi. Diventa gestione burocratica dell’esistente. Si inaridisce. Non muore di colpo: si desertifica lentamente, finché un giorno ci si accorge che non cresce più niente.

PS. Massimiliano Cencelli, intervistato pochi anni fa, disse con una punta di orgoglio che il suo sistema “almeno era democratico”. Forse su molte cose aveva torto, ma non su questa.

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