Finisce il corpo, inizia l’accessorio. Ma dove, quando? Spalancassimo la porta della percezione di sé, questa Rivista dovrebbe tentare un sequestro di persona ai danni del lettore. Per la fenomenologia, quella branca della filosofia che studia l’esperienza, esiste l’attimo in cui gli occhiali vengono inglobati dal nostro schema corporeo. Dove finisci tu, dove loro che filtrano per te il mondo? Lenti, che per Kant non ci permettono di accedere al “noumeno”, la cosa in sé, lasciandoci vivere cullati nel “fenomeno”, ovvero la cosa come appare a noi. Figli di una percezione sempre mediata. E se questi quesiti parlano di noi, l’altra faccia della medaglia è come ci percepisce l’altro, come l’accessorio racconti la persona che siamo o vogliamo apparire.
Dovessimo dare una forma al movimento pacifista del ‘68, potremmo utilizzare gli occhiali di John Lennon: i theashades. Tondi, a volte sfumati altre no, spesso con la montatura scintillante. Occorre davvero li si descriva? Tutt’uno con quel viso dal naso eccessivo, un naso che quasi non si coglie però. L’attenzione è lì, di nuovo sulle lenti, che parlano di un uomo originale nel tempo cui appartiene. L’immagine che si fa messaggio. Dice Laura Loulai di www.altoprofilo.pro, la nostra realtà nasce proprio così, dall’idea che al raggiungimento dei propri obiettivi, nel nostro di tempo, contribuiscano diversi fattori. Raccontare sé stessi secondo ciò che più ci riflette, o vogliamo ci rifletta. Perché non possiamo cambiare le lenti degli altri, ma possiamo far sì che si focalizzino su un determinato aspetto di noi sì.
Ci sono donne che hanno combattuto anni nel tentativo di non essere surclassate dalla loro immagine, gli occhiali finti ad esempio per darsi un tono sono un gioco che se equilibrato funziona.
Jackie Kennedy, consegnata ai ricordi soprattutto in due look: il tailleur sporco del sangue del marito (che non cambiò volutamente, una mossa di comunicazione efficacissima) e l’occhiale oversize. Ingombranti, troppo per molti lineamenti: la nascondono o le accendono un ulteriore riflettore addosso? Le tendenze 2025 che rimandano a quello stile specifico della signora Onassis dicono che la bilancia penda sulla seconda. Karl Lagerfeld ha un solo profilo: montatura dal vetro scurissimo e codino candido. Per scovare scatti degli occhi occorre frugare negli anni Ottanta. Quel profilo si è fatto brand, riconoscibile, identitario, impossibile da sottrarre. Un lavoro raffinato che passa da una pianificazione meticolosa, perché nel caso di Lagerfeld e di chiunque altro nulla avviene per caso. C’è mestiere, studio.
E senza rituffarci nella filosofia: una giovane donna si siede in un bar. Una parrucca riccia e un occhiale da sole esagerato. Il marito entra con l’amante, lei passa la serata pressoché immobile ad ammirare la scena. Lui non la riconosce finché lei non sfila le lenti. Si guardano. Come sia finita la storia (vera!) poco importa, l’impatto di un solo accessorio su due vite è ciò che resta.
Dove finiscono loro e dove inizi tu? E soprattutto, di te, cosa dicono i tuoi accessori?