Arrivano i nostri

(ma possono pure stare a casa)

Alcuni anni fa stavo passeggiando a Manhattan quando vidi un conducente perdere il controllo della propria vettura. Dopo un pirotecnico testacoda, la macchina andò a sbattere contro la vetrina di una gioielleria.

Mi avvicinai al malcapitato ma fummo investiti dal rumore assordante di un antifurto che nel frattempo era scattato.

Passarono un paio di minuti e sul luogo dell’incidente c’erano quattro volanti della polizia e due grossissime autopompe dei vigili del fuoco. Tutti i mezzi avevano le sirene azionate al massimo dei decibel, ed emettevano fasci di luce che roteavano in tutte le direzioni, privilegiando di concentrarsi sul “luogo del delitto”.

Sì, perché nel frattempo tutta la zona era stata circoscritta da nastri giallo-neri per tenere lontani i curiosi. I poliziotti spremevano i loro polmoni nei fischietti salvo il loro capo, che si capiva che era il comandante di tutti loro, per via della doppia panza e del megafono col quale intimava ai passanti di allontanarsi per permettere all’ispettore di procedere con le sue indagini.

Al pari di altri testimoni ero intenzionato a raccontare che si trattava di un semplice incidente stradale che casualmente aveva trovato come punto di arrivo una vetrina di lusso, ma in pochissimo tempo e con tutta quella scena che si era intanto apparecchiata, l’ipotesi che emergeva era quella di una investigazione per furto con scasso.

Ripenso a questo episodio ogni qual volta mi raccontano di un’agenzia di comunicazione politica americana che si presenta in Italia. Di solito “hanno lavorato per Obama” ed assicurano un grande show anche per giustificare il significativo cachet richiesto. Parlano del Lazio come del Michigan, e di Udine come Chicago. Fanno delle mappe semplificate con dei Rossi contro i Blu, anche perché non sanno, per esempio, dell’esistenza dell’UDC e dei cosiddetti “responsabili” e del perché ci siano partiti che propugnino stesse posizioni ma con sigle diverse. Quando questi esperti americani cominciano anche solo a porsi le prime domande a riguardo, e che risulta ormai chiaro a tutti che il modello che volevano importare dalle nostre parti non ha nessun senso, la campagna elettorale di solito è già finita. 

In due occasioni in cui si è prodotta questa dinamica ci è stato chiesto di intervenire per salvare il salvabile.

  • Questi americani saranno pure bravi – mi disse un Candidato -ma io non ci capisco niente. Le posso organizzare una riunione con loro? -.

Fu così che mi ritrovai in un luogo dove sulla porta c’era scritto “War room”, stanza della guerra. A differenza delle normali stanze di lavoro, i tavoli erano tutti disposti concentrati al centro, in maniera che tutti si potessero vedere negli occhi e potessero mettere mano a rifornimenti comuni di caffè annacquati, marshmallow azzurri, bianchi e rosa, e ai cubetti di salame, gentile concessione alla produzione indigena.

La “War room” era in riunione continua e le stesse persone di ora in ora affrontavano collettivamente un nuovo tema. Dopo alcune ore passate così, arrivò il Candidato al quale vennero mostrate mappe, frecce, e numeri.

  • Vabbè, ma concretamente, ora, che cosa devo fare? –  chiese con disarmante semplicità.

A quel punto il direttore creativo, se ricordo californiano, intervenne mostrando un video che aveva realizzato per Obama. 

Finiti i 30” il Candidato mi lanciò uno sguardo da cocker implorante.

Anche lui, come me, non capiva la logica di tutto quello che gli era stato presentato. E non solamente perché non si sentiva nella parte assegnatagli di primo amministratore afro-americano del suo territorio… .

Ok guys – dissi– The candidate and I leave for a pizza and then go back to the War Room. You too have plenty of quality food”.

Mentre il Candidato gustava la sua quattro stagioni, capii che gli potevo chiedere se gli americani avevano un biglietto di ritorno aperto o con data già fissata.

Mi rispose ammettendo che – con questi non mi ci ritrovo per niente, e ho le idee meno chiare di prima, ma purtroppo mi hanno fatto un contratto che mi obbliga a tenerli fino alla fine -. E se facessimo che …-.

Fu così che si proseguì su un doppio binario. 

La campagna ripartì con la nostra agenzia che lavorava a sirene spente.

Ogni tanto il Candidato andava nella War Room del sempre meno dream team”. 

Era giusto che lo facesse. In fondo facciamo parte dell’Alleanza Atlantica e pareva brutto non fare neanche una visita di cortesia.

Daniel Fishman

Nota storica: dopo le diverse agenzie che hanno tutte lavorato per Obama, sono ora arrivate nel nostro paese quelle pagate da fondazioni conservative o progressiste che lavorano gratuitamente per la “causa”. Son pure peggio delle prime.