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Che c’azzecca la Meloni con Geolier

l'autore
Giornalista professionista, autore televisivo (“Il Labirinto”, “Carpool Karaoke”, “Sanremo”, “Sanremo Giovani”, “X-Factor”, “The Voice of Italy”, “Il Volo in Arena”, “105 Summer Festival”, “Battiti Live”), saggista (“FAR WEB – Odio bufale e bullismo: il lato oscuro dei social” edito da Rizzoli; “ARRIVO ARRIVO – La lunga corsa di Matteo Renzi da Twitter a Palazzo Chigi” edito da Fazi; “LA VERITÀ NON CI PIACE ABBASTANZA – Il virus della disinformazione fra bufale, web e giornali” edito da Bompiani) sceneggiatore (“È ANDATA COSÌ” serie Tv Raiplay sulla storia artistica di Luciano Ligabue, “E SE DOMANI”, spettacolo teatrale con Giorgio Panariello) e podcaster attento ai temi della comunicazione e dell’attualità. È titolare di un laboratorio di scrittura digitale e content creation presso l’Università degli Studi di Perugia. È membro del comitato scientifico dell’Associaszione Italiana Content & Digital Creators.
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Ovvero perché i politici dovrebbero imparare a comunicare dai rapper

Il linguaggio politico non è mera comunicazione, né oziosa materia per addetti ai lavori. Piuttosto è, da sempre, uno dei nodi centrali del rapporto tra governanti e governati. Le parole, ancor prima delle azioni, costituiscono il terreno su cui si edificano consenso, legittimazione e rappresentanza.

Verrebbe da dire – senza spoilerare le righe che seguono – che il linguaggio politico è al tempo stesso forma e sostanza. Non è dunque un dettaglio secondario chiedersi: i politici devono preservare un proprio gergo, un linguaggio tecnico e codificato, in grado di distinguere la funzione pubblica dal parlare comune? O devono invece adottare una cifra comunicativa che li avvicini alle persone e che li renda meno distanti e più empatici? Messa così sembra soltanto una domanda retorica. In realtà la lingua della politica è rimasta per decenni lontana dalla gente, per iniziare a mutare e a farsi più popolare solo con l’avvento dei social. Pioniere di questo nuovo modo di comunicare è stato indiscutibilmente Barack Obama, capace di cavalcare l’avvento di Twitter cogliendone tutto il potenziale in termini di linguaggio, interazione con gli utenti e costruzione del consenso. L’architettura degli strumenti di comunicazione, del resto, ha da sempre influenzato il linguaggio ma ancor prima la strategia dei politici. Quando esisteva soltanto la tv la comunicazione politica era verticale e top-down con il messaggio che andava dall’alto al basso, dal vertice (il politico) alla base (il corpo elettorale); quando hanno preso piede i social la comunicazione si è fatta orizzontale, contaminata da un elemento interattivo che ha stravolto le regole del gioco. E il linguaggio della politica ne ha inevitabilmente risentito. Basti pensare al primo Renzi con i suoi hashtag e le sue dirette Facebook in cui rispondeva alle domande in tempo reale, ma anche all’ultimo Salvini con le sue foto fra pane e Nutella (“io sono come voi”) e caschetti nei cantieri (“io sono sempre al lavoro”), ma questa voglia di condivisione social è anche la stessa che porta la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni a condividere una foto privata in un momento di affetto con la figlia.

Se poi questo modo di comunicare sia adeguato a un politico è sicuramente un tema di dibattito legittimo ma per certi aspetti fuorviante. Chi si occupa di comunicazione dovrebbe prima di tutto chiedersi se questo modus è davvero capace di avvicinare il politico alla gente, a dispetto dell’istituzionalità del ruolo, o se rischia di essere percepito come un linguaggio costruito e poco spontaneo, e di conseguenza un boomerang.

L’evoluzione dei costumi, dei media e del linguaggio ha contaminato la società a ogni livello; e da parte dei politici la discesa nella lingua di tutti i giorni, in parte mirata a intercettare la sensibilità popolare e in parte anche figlia del contesto, ha cercato di sposare i registri emotivi e il lessico delle piazze reali e virtuali. Ma è riuscita nell’intento?

Sicuramente negli ultimi anni la politica si è sempre più distaccata da quel linguaggio quasi sacrale, intriso di formule solenni e riferimenti dottrinari che era un tratto distintivo dei politici ante-social, ma anche un modo per rimarcare l’autorevolezza del ruolo conferendo gravitas ai portatori di un linguaggio che si faceva elevato come manifestazione di autorità.

La democrazia contemporanea, alimentata da dinamiche mediatiche istantanee e da una comunicazione globale e orizzontale, non tollera più certi distacchi linguistici. Ma la domanda resta: è un approccio efficace e sufficiente?

Se prendiamo come parametro di riferimento un’altra categoria di comunicatori mainstream di questa fase storica, gli artisti musicali e in particolare i rapper, il paragone si fa impietoso. Artisti come Geolier, ad esempio, hanno costruito il loro successo su un codice comunicativo che, pur avendo tratti identitari e locali (il dialetto napoletano, i riferimenti al vissuto urbano, i simboli del quotidiano), riesce ad assumere una forza universale. Le sue liriche, scandite da ritmo, reiterazione e autenticità, ma anche la spontaneità e l’immediatezza dei suoi statement sui social generano un effetto di appartenenza e fidelizzazione: chi ascolta non solo comprende, ma si riconosce.

Questa immediatezza e questa spontaneità risultano tanto efficaci quando distanti dalle corde comunicative della politica. Ed eccoci al punto: la comunicazione politica non può più limitarsi a essere monologo fine a sé stesso, “abbassare” il linguaggio non equivale ad avvicinare le persone. Il vero obiettivo di chi fa politica deve essere quello di proporre una narrazione capace di creare comunità. La forza del linguaggio dei Geolier, dei Lazza, dei Salmo non è soltanto nell’estetica sonora, ma nel potere performativo delle parole che non si limitano a descrivere, ma costruiscono un immaginario condiviso, un “noi” che si riconosce e si rafforza nell’ascolto.

Se la politica riuscisse a mutuare questa lezione, scoprirebbe che la lingua quotidiana, lungi dall’essere impoverimento, è strumento di consolidamento del legame democratico. Ma è fondamentale evitare la trappola ricorrente, quella della banalizzazione o della mera ricerca dell’applauso istantaneo.

La vera sfida per il politico sta nel trovare un equilibrio fra la ricerca di un nuovo linguaggio, popolare ma credibile, mantenenendo l’autorevolezza del suo ruolo senza ridurre la complessità dei problemi a frasi fatte e slogan effimeri.

In definitiva, il politico contemporaneo per rendere efficace il proprio linguaggio deve riuscire a muoversi in un equilibrio sottile: preservare la dignità istituzionale delle parole, ma al contempo risultare autentico e credibile, generando appartenenza, emozione e riconoscimento. Così come i rapper costruiscono comunità attraverso la forza identitaria e immediata del proprio lessico, i politici dovrebbero imparare che il vero potere della comunicazione non sta nel numero dei like, ma nella connessione.

Che è anche l’unico modo per far evolvere il proprio linguaggio senza perdere autorevolezza.

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