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Diventare presentabile

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Come tutti coloro che praticano la comunicazione, è un cercatore di umanità. Noto anche come il “pescatore di voti”, ha fondato Positivo Srl (marchio Consenso) perché del delineare strategie ne ha fatto una professione. Autore di diversi saggi e romanzi, ha rispolverato da poco la sua grande passione per gli scacchi su cui accetta sfide.
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Marine Le Pen. Il rebranding più lungo della politica europea

Vent’anni per trasformare un cognome da zavorra in asset.

Ci sono campagne di comunicazione che durano sei mesi. Alcune durano un anno. Poche arrivano a tre. Marine Le Pen ne ha impiegati venti. Ed è probabilmente per questo che ha funzionato.

Il rebranding politico più studiato d’Europa non è nato da una consulenza strategica, da un cambio di agenzia o da una crisi di immagine da gestire in emergenza. È nato da una necessità più profonda e più scomoda: ereditare un cognome che era, al tempo stesso, il più riconoscibile della destra francese e il più difficile da portare. Un cognome che significava qualcosa di preciso nell’immaginario collettivo, e quel qualcosa non era eleggibile.

Il punto di partenza: un padre troppo visibile per essere ignorato, troppo estremo per essere utile.

Jean-Marie Le Pen non era semplicemente un leader politico scomodo. Era un sistema di significati consolidato: le condanne per negazionismo, le dichiarazioni sulle camere a gas come “dettaglio della storia”, la retorica apertamente xenofoba, la figura da vecchio generale che non aveva mai smesso di combattere la sua guerra personale contro la modernità. Era, in termini comunicativi, un marchio tossico ma un marchio con una base elettorale reale, radicata, affezionata.

Marine non poteva disconoscerlo. Non poteva ignorarlo. E non poteva nemmeno semplicemente “prendere le distanze”, come si fa con un endorsement imbarazzante. Era suo padre. Era il fondatore del partito. Era la ragione per cui lei stessa esisteva nello spazio politico francese.

La soluzione che ha scelto, e qui sta il primo elemento di interesse di analisi di comunicazione strategica, non è stata la rottura immediata. È stata una dilazione temporale calcolata nel tempo.    

Per anni ha operato una distinzione sottile ma costante: fedele al padre come persona, distante dalle sue posizioni più estreme. Un equilibrio difficilissimo da mantenere, comunicativamente parlando, e che ha richiesto una disciplina di messaggio fuori dal comune. Ogni intervista, ogni dichiarazione pubblica, ogni scelta lessicale doveva tenere insieme due cose apparentemente incompatibili: non alienare la base storica del partito e non confermare agli occhi dell’elettorato moderato l’immagine che quella base evocava.

La rottura definitiva è arrivata nel 2015, quando ha espulso Jean-Marie dal Front National dopo l’ennesima dichiarazione negazionista. Ma quella rottura non è stata un colpo di testa, era il punto di arrivo di un distanziamento progressivo durato anni. Il padre era ormai così improponibile, così sistematicamente al di là di qualsiasi soglia di accettabilità pubblica, che tenerlo dentro il partito era diventato un costo superiore al beneficio della continuità simbolica. La figlia aveva aspettato il momento in cui la separazione sarebbe costata meno del legame.

È un calcolo freddo. Ed è esattamente per questo che merita attenzione.

Il meccanismo: non cambiare le idee. Cambiare il registro.

Uno degli errori più comuni nell’analisi del caso Le Pen è interpretarlo come un ammorbidimento ideologico. Non è quello che è successo, o almeno non è il punto centrale. Il programma politico del Rassemblement National, il partito ribattezzato nel 2018, in una mossa che vale da sola un caso di studio sul potere dei nomi, non ha subito trasformazioni radicali nei contenuti. Ciò che è cambiato è il registro comunicativo con cui quei contenuti vengono presentati.

La retorica dell’esclusione ha lasciato spazio al linguaggio della protezione. I temi dell’identità nazionale sono stati ricodificati come temi di sicurezza economica. L’immigrazione è diventata una questione di risorse pubbliche prima che di etnia. La Francia “degli francesi” si è trasformata nella Francia “dei lavoratori”. Stessa struttura di fondo, lessico radicalmente diverso.

In termini di comunicazione strategica, questo si chiama reframing, e Marine Le Pen ne ha fatto un uso sistematico, coerente, quasi maniacale nella sua costanza. Non ha cercato nuovi pubblici abbandonando quello vecchio. Ha cercato di rendere il suo messaggio decodificabile e accettabile da un pubblico più ampio senza perdere la fedeltà di quello originario.

Il cambio del nome del partito, da Front National a Rassemblement National, è il sigillo visibile di questo processo. “Front” evocava barricata, conflitto, esclusione. “Rassemblement” evoca aggregazione, unità, inclusione. Una parola sola. Vent’anni di lavoro condensati in un’operazione di nomenclatura.

La dimensione europea: da fenomeno francese a riferimento continentale.

C’è un terzo livello che spesso sfugge all’analisi, ed è probabilmente il più interessante dal punto di vista della proiezione strategica.

Marine Le Pen non ha lavorato solo alla propria immagine in chiave domestica. Ha lavorato, in parallelo e con crescente consapevolezza, al posizionamento come figura di riferimento per l’intera galassia dei movimenti nazionali e populisti europei. Tutti i movimenti e Partiti di questa area hanno trovato in lei, in momenti diversi, una sorta di legittimazione per osmosi. Non perché Le Pen li guidasse, ma perché rappresentava la prova che quel percorso di normalizzazione era possibile. Che si poteva arrivare al ballottaggio presidenziale. Che si poteva governare regioni, raccogliere finanziamenti europei, sedere nei parlamenti senza essere necessariamente espulsi dal sistema.

Questo ruolo di riferimento europeo è stato costruito anche attraverso scelte di immagine molto precise: la presenza costante nei media internazionali, le interviste in inglese, le dichiarazioni calibrate su temi di politica estera che la posizionavano come interlocutrice e non come estremista. La vicenda dei rapporti con la Russia, prima di complicarsi con l’invasione dell’Ucraina aveva contribuito a darle una dimensione geopolitica che pochi leader di destra radicale avevano mai raggiunto.

La proiezione europea non è un effetto collaterale del suo percorso. È parte integrante del progetto. Una leader che viene discussa a Bruxelles, citata a Berlino, intervistata a Washington ha un peso domestico diverso da una che rimane confinata nel perimetro nazionale. L’internazionalizzazione dell’immagine è diventata uno strumento di legittimazione interna.

Cosa resta da capire.

Il processo non è concluso, e forse non lo sarà mai del tutto. Le Pen ha perso due ballottaggi presidenziali nel 2017 e nel 2022 sempre contro Macron, con un risultato però sensibilmente migliorato. La condanna per appropriazione indebita di fondi europei, arrivata nel 2024 con una pena accessoria che la escluderebbe dalla candidatura presidenziale del 2027, ha aperto una nuova fase, con Jordan Bardella, il suo delfino, sempre più in primo piano.

Il che pone una domanda interessante dal punto di vista della comunicazione strategica: un rebranding è trasferibile? Un’identità costruita intorno a una persona può sopravvivere alla persona stessa, o richiede di essere ricostruita da capo?

È una domanda che non riguarda solo la destra francese.

Il caso Le Pen insegna una cosa che vale molto al di là della politica: la percezione non si cambia con un annuncio. Si cambia con la coerenza ripetuta nel tempo, con la disciplina del messaggio, con la pazienza di chi sa che i risultati di oggi sono il prodotto delle scelte fatte cinque anni fa.

Vent’anni sono tanti. Ma sono anche la misura di quanto fosse profonda la distanza da colmare.

E di quanto il punto di partenza contasse.

Perché “diventare presentabile” non è un obiettivo che si raggiunge una volta per tutte. È un lavoro continuo, fatto di scelte piccole e grandi, di parole scelte e parole evitate, di immagini costruite e immagini abbandonate. È il lavoro di chi ha capito che nel lungo periodo la forma è sostanza e che la reputazione non aspetta che tu sia pronto per costruirla.

Lo sapeva Jean-Marie, a modo suo. Lo ha capito Marine, in modo molto più sofisticato.

La differenza tra i due non è ideologica. È comunicativa.

Presentabile non si nasce. Si diventa. Con metodo, con tempo, con consapevolezza di dove si vuole arrivare e di dove non si vuole essere visti partire.

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