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Il linguaggio armato e il consenso che resta

l'autore
Federica Dato, giornalista a voler usare delle categorie. Cura le parole degli altri, quando non ne scrive di sue. Seppure è nel silenzio che spesso cerca le risposte. Crede ancora e fortemente nella politica e nell’uomo, nonostante tutto.
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L’assassinio di Charlie Kirk è affare strettissimo della politica italiana, dall’agenda del consiglio comunale di paese alla presidenza del Consiglio. E non per le implicazioni che avrà sul tessuto sociale e normativo statunitense (e ne avrà, di ricadute. E il detto dice su-per-giù che quando l’America starnutisce il mondo prende il raffreddore). Ci riguarda perché fotografa l’involuzione del dibattito politico, un’involuzione che ha lasciato praterie all’indignazione da Tik-Tok, trasversale s’intende. Comunque la si pensi sul Kirk-credo, su una cosa possiamo dire in modo lapidario avesse ragione: “quando si smette di dialogare, di scorgere l’umanità del proprio nemico, è lì che scatta la violenza”, spiegò da dietro un tavolo di plastica fuori da una delle università che non ha frequentato. L’altra cosa certa è che in merito alla morte di questo trentenne trumpiano è stato detto di tutto, con buona pace dell’arma più potente al mondo: il silenzio. Che fa il paio col pensiero.
Vale la pena dunque rivoltare la questione, spostarsi sul piano strettamente pratico, professionale: in politica se si inseguono i tempi estemporanei dei social si perde necessariamente di capacità analitica. E se si perde quella il rischio è lo scivolone, certo, ma pure il livellamento del concetto e, soprattutto, lo scollamento dell’elettorato.

Pensioni, welfare, fine vita, ristrutturazione delle infrastrutture, grandi opere, attenzione alle fasce deboli, riforma sanitaria e scolastica: sono solo alcuni dei temi ridotti a titolo di giornale, nella certezza che l’urlo permetta di guadagnare un po’ di hype, magari la tornata elettorale giusta. Le parabole velocissime di alcuni leader di partito, nazionali e no, sono un monito grandemente sottovalutato (al netto delle certificate eccezioni). I vuoti vengono colmati, sempre. E se il dialogo costruttivo, anche durissimo, non è pervenuto vengono meno i riferimenti. E senza riferimenti si perde la visione generale delle cose, la scala valoriale si annichilisce e resta la rissa, che è violenta e inconcludente per definizione.
I primi che avranno il coraggio di un’inversione di marcia che devii dal consenso immediato per la costruzione di una narrazione forte, che rieduchi tutti, operatori, politici ed elettori al dissenso, avranno incassato una credibilità forte. E non è una moneta in circolazione oggigiorno. E in tempi come questi, tempi di linguaggio armato e instabilità globale, serve disperatamente qualcuno che abbia quel coraggio. Comunicare bene significa piantare un seme che maturi nel tempo, abbassare i toni e ricominciare a dettare i ritmi del linguaggio è forse uno dei mezzi più validi per farlo. Consenso nasce dallo studio delle parole e degli accenti, dall’analisi dei colori (in senso letterale), perché aiutarti a trovare i tuoi silenzi perché la tua voce si senta bene è il nostro mestiere.

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