La buona politica necessita di buona comunicazione politica. E viceversa.
Questa rivista nasce anche con l’obiettivo di creare un dialogo tra i decisori pubblici, chi fa comunicazione e l’opinione pubblica.
E per valorizzare una – via italiana – alla comunicazione politica, pubblica, elettorale.
Abbiamo rapporti di collaborazione e scambi di buone pratiche con diverse agenzie estere. Anche americane, da sempre abituate ad uno schema bipartitico e a lavorare o per i rossi o per i blu. Risulta per loro difficile comprendere che qui da noi c’è una pluralità di simboli sulla scheda, che ci sono premi di maggioranza, comitati direttivi, preferenze.
Si tratta indubbiamente di una situazione piuttosto articolata, a volte contorta anche per noi, che però ci ha abituati a ragionare in maniera molto più puntuale, variegata, fantasiosa rispetto ai nostri colleghi americani.
Il perché è semplice; qui tutto è diverso. Il sistema politico, la durata e le tempistiche, il finanziamento, il ruolo dei media e dei social, lo stile e il linguaggio. Ma soprattutto la partecipazione e la cultura politica.
In Europa, la storia svolge un ruolo centrale nel forgiare l’identità nazionale e culturale, fungendo da base per la narrazione del passato e del presente. Negli Stati Uniti, invece, il mito, assume un’importanza maggiore. Basta effettuare una visita guidata al Congresso americano e si capirà come il racconto del “mito della frontiera” sia il quadro di riferimento centrale nella costruzione dell’identità nazionale, tra un passato idealizzato di carovane che vanno ad ovest e di proiezioni di un futuro visionario.
Uno schema semplificato, la creazione di un candidato “mitizzato” è anche l’approccio che utilizzano i colleghi americani quando operano in Italia (con lauta parcella annessa). Puntualmente scoprono poi che le loro buone idee già applicate in Ohio, sembrano non funzionare per esempio in Basilicata. Una Regione dove son già passati greci, romani, longobardi, normanni, borboni, mica si fanno impressionare dagli americani. Vale pertanto when in Rome, do as the Romans do. Un proverbio che ricorda anche a noi italiani la necessità di calarsi sempre nella realtà locale.
Daniel Fishman