L’originalità politica rappresentata nel panorama politico italiano nel secondo dopoguerra dal Partito radicale ha avuto diretta corrispondenza nella sua originalità comunicativa e, di conseguenza, anche iconografico-simbolica. Organizzazione politica quantitativamente piccola, più vicina al modello del partito d’opinione che a quello di massa, priva di apparati e articolate strutture burocratiche e di una solida rete di militanti e propagandisti, ed anomala rispetto alle aree politico-ideologiche tradizionali, il Partito radicale coglie prima di altri l’importanza che la comunicazione sta assumendo nella moderna società dell’informazione al punto da guadagnarsi la definizione di “partito medium”. Di conseguenza mette a punto pratiche di lotta e forme di comunicazione derivate da movimenti e organizzazioni di protesta di altri paesi, in grado di dialogare con i mass media, di imporsi per originalità e forza nell’agenda pubblica. Scioperi della fame, incatenamenti, sit-in, azioni non violente, sino alla famosissima performance con i radicali imbavagliati alle tre tribune del referendum della Rai nel 1978. Una strategia resa possibile dall’originalità biografica, politica e personale del suo leader storico Marco Pannella, che nel 1955 partecipa alla fondazione del Pr diventandone segretario nel 1962, definito di volta in volta guitto, istrione, guru, che al pari di nessun altro politico italiano – almeno della prima repubblica- eleva la comunicazione e il corpo ad aspetti qualificanti e rilevanti dell’azione politica. In tutte le battaglie portate avanti dal Partito radicale, da quella per il divorzio che inizia a metà degli anni ‘60 a quella contro la fame nel mondo, la comunicazione rappresenta non solo un modo per far conoscere le proprie idee, ma un atto politico in sé stesso.
Il manifesto prodotto per le elezioni politiche del 1976, le prime alle quali il Partito radicale partecipa e in seguito alle quali otterrà i suoi primi deputati, ben sintetizza per contenuti, forma e storia questa originalità. Protagonista del manifesto è una rosa. Il manifesto presenta per la prima volta agli elettori italiani il simbolo della rosa nel pugno, creato nel 1969 dal grafico francese Marc Bonnet (1949), in seguito adottato dal Partito socialista francese e concesso a Pannella direttamente da François Mitterrand. Leggermente rivisto dal grafico Piergiorgio Maoloni (1938-2005), firma di punta della moderna grafica editoriale italiana che in quegli anni cura la comunicazione visiva del Partito radicale, il nuovo simbolo unisce un elemento tradizionale della lotta politica e della sinistra, il pugno, a un fiore, la rosa, totalmente estraneo all’iconografia politica italiana. Si rimarca così al contempo la collocazione politica del partito nell’alveo della sinistra ma anche l’anomalia e la diversità della sua tradizione culturale. Nel manifesto, non firmato da Maoloni e graficamente attribuito al Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano (Fuori), la rosa rossa, senza più il pugno, inserita nella gabbia e inscatolata nel quadrato nero, diventa la protagonista del visual e fulcro visivo del manifesto, assumendo anche una forte connotazione sessuale, in sintonia con il tema del manifesto: “la libertà sessuale”. Un tema che mai nessun partito politico italiano aveva inserito nel proprio programma elettorale e che invece diventa lo slogan principale della campagna radicale del 1976. Un lascito della campagna prima per l’introduzione della legge sul divorzio iniziata nel lontano 1965 con la proposta di legge del socialista Loris Fortuna, subito appoggiata dai radicali, e quindi contro la sua abrogazione al referendum del 1974, che hanno collocato il Pr all’avanguardia nella difesa dei diritti civili, della laicità dello stato, contro il clericalismo. Un manifesto “scandaloso” per tema e forma.