Alla ripresa della vita democratica e del libero confronto politico-elettorale che fanno seguito al ventennio fascista e al periodo dell’occupazione e della lotta di liberazione, ai partiti tornati protagonisti della vita pubblica italiana si pone la questione di come e con quali toni parlare agli italiani. Assieme ai comizi, strumento essenziale della propaganda politica dell’immediato dopoguerra, assoluti protagonisti sono i manifesti per i quali la questione diventa quale linguaggio visivo impiegare, e a quali registri e repertori simbolici ispirarsi o attingere.
È in questo contesto che nel 1946 la Democrazia Cristiana pubblica un manifesto riproducente un contadino in maniche di camicia intento a mietere il grano, accompagnato dalla scritta in corsivo: “lavoriamo nella giustizia e nella libertà”, firmato dall’illustratore Manlio D’Ercoli. A parte la curiosità dell’uso di due termini che direttamente rimandano a un altro protagonista di quella stagione politica, il partito di “Giustizia e Libertà”, è il disegno, con i suoi toni e i suoi dettagli l’assoluto protagonista del manifesto. L’espressione fiera e serena del contadino, il suo vigore fisico, il cielo azzurro, la ricchezza del campo di grano – che in quegli anni scarseggia e dall’anno successivo arriverà dall’America grazie al Piano Marshall -, sono chiaramente messaggi e auspici rivolti a elettori che nella stragrande maggioranza pativano le conseguenze economiche, alimentari e logistiche della guerra. L’Italia usciva provata dalla seconda guerra mondiale e questo ritratto, ai nostri occhi apparentemente innocuo, rappresentava un vero e proprio programma politico che annunciava serenità, sviluppo, abbondanza. Il tutto in uno stile figurativo realistico, immediato da comprendere.

Questo manifesto riprende in modo pressoché totale quello realizzato in occasione dei Ludi Juveniles del Fascismo del 1942 per la Gioventù Italiana del Littorio, sempre per mano di Manlio D’Ercoli. Il confronto fra le due versioni è a di poco sorprendente, una vera e propria copia, tranne che per poche ma significative modifiche. La sostituzione o cancellazione di ogni elemento che richiami alla guerra: la giacca militare, la camicia nera, la pistola alla vita trasfigurata da una sciarpa, il fucile trasformato in una zappa ora affiancata da un badile. La falce girata di profilo, per attenuare il suo richiamo ideologico-politico, evidentemente ritenuto minaccioso nel 1948 diversamente dal 1942. E, ancora, la sostituzione di alcuni dei papaveri rossi in primo piano con fiordalisi dal più rassicurante colore azzurro.
Uno sguardo alla dimensione produttiva dei due manifesti aiuta a ricostruire l’originale percorso. Quello del 1942 prodotto dalla Casa Editrice d’Arte V.E. Boeri, molto attiva durante il ventennio nella pubblicistica militare e di propaganda, fondata Rino Boeri, squadrista fiorentino della prima ora, diventato in seguito Moschettiere del Duce. Quello del 1946 dalla Umberto Boeri Editore del fratello che, finita la guerra, ne eredita l’archivio e ne continua l’attività, nonché marito della figlia del sindaco di Roma e ministro democristiano Manlio Tupini. Una storia che va ben oltre la testimonianza dell’importanza e imprevedibilità che, anche nella propaganda politica, possono ricoprire parabole biografiche e familiari, e che documenta la sopravvivenza ed il recupero nei primi anni dell’Italia repubblicana di stili e linguaggi visivi del fascismo e bellici anche da parte di partiti, quale la Democrazia cristiana, politicamente lontani da quelle esperienze, ma indotti a farvi ricorso per la loro grande popolarità e diffusione.