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Le tante (e le poche voci) del Medio Oriente

l'autore
Responsabile Ufficio Stampa per grandi gruppi industriali italiani. Da 6 anni residente a Tel Aviv
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Dopo anni nel mondo della comunicazione italiana e internazionale, vivo a Tel Aviv da qualche anno; una posizione che mi offre un osservatorio privilegiato sui media e la possibilità di confrontare realtà molto diverse tra loro.

In Medio Oriente, con le parziali eccezioni di Israele e del Libano, non esiste un’opinione pubblica nel senso in cui la intendiamo in Europa. La stampa è quasi ovunque soggetta a censura e strutturalmente filo-governativa. È una premessa fondamentale, eppure spesso ignorata, forse proprio perché, da noi, la libertà di informazione viene data per scontata, sia dai media occidentali sia da molte cancellerie europee.

In questo vuoto prospera la disinformazione. Troppi corrispondenti si limitano a riportare le versioni ufficiali senza verificarne le fonti, spinti dalla pigrizia o dal timore. Facendo così, involontariamente, agevolano i regimi, che riescono a condizionare l’opinione pubblica occidentale senza alcun costo. I social media moltiplicano ulteriormente questo effetto. È una distorsione strutturale: chi è poco informato non ha strumenti per riconoscerla.

Capire davvero il Medio Oriente richiede un approccio diverso: conoscere le etnie, le origini tribali, le famiglie influenti, le religioni, le tradizioni locali che variano da regione a regione. Le ex potenze coloniali disponevano di esperti e reti capillari sul campo; oggi persino le intelligence europee faticano a tenere il passo con ciò che accade lontano da casa.

L’unico modo per avvicinarsi alla realtà è parlare con le persone anche in forma anonima. Israele, dove il dibattito pubblico è vivace e spesso caotico, offre un esempio illuminante: lo scarto tra i proclami della politica e il sentire comune è evidente a chiunque voglia ascoltare. I media israeliani, con il loro stile diretto e anglosassone, coprono un ampio spettro: dal Canale 14 vicino al governo, al Canale 12 e al Times of Israel più equilibrati, fino all’Haaretz critico e minoritario, passando per Yediot Ahronot e il Jerusalem Post, più moderati e popolari.

Altrove nel Medio Oriente, con la parziale eccezione libanese — questo spazio semplicemente non esiste. Anche le recenti elezioni municipali nei territori palestinesi, le prime in vent’anni, hanno visto candidature quasi esclusivamente riconducibili all’ANP. Eppure, i risultati hanno mostrato qualche scarto rispetto alle attese, e un embrione di dibattito si è aperto, almeno sulla stampa.

In sintesi, al di là delle apparenze il Medio Oriente non è un monolite, e nemmeno il suo sistema dell’informazione. Ma finché l’Occidente continuerà a leggerlo attraverso comunicati ufficiali e narrazioni di regime, accettandole acriticamente, resterà condannato a non capirlo. Informarsi però costa fatica: bisogna scavare sotto la superficie, ascoltare voci scomode, rinunciare alle semplificazioni. È un impegno che spetta non solo ai giornalisti, ma a chiunque voglia farsi un’opinione autentica su una delle regioni più decisive del nostro tempo.

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