È noto che il passaporto italiano sia uno dei più forti al mondo per accesso senza visto. Più difficile da misurare è la simpatia generata dall’appartenere a una certa nazionalità, nel nostro caso quella italiana. In questo giudizio si sommano percezioni culturali, stereotipi e pregiudizi, a volte inversamente proporzionali alla distanza geografica dall’Italia. In Germania esiste lo stereotipo del mediterraneo pigro e caotico, in Gran Bretagna quello dell’italiano codardo in battaglia, senza contare il classico “pizza, spaghetti e mandolino”. Ma questi pregiudizi si applicano anche altrove, come in Africa e Medioriente?
Da un’analisi a partire dal mio piccolo osservatorio direi che la percezione dell’italianità è largamente positiva anche nei Paesi in via di sviluppo dove ho vissuto. Ho lavorato per 34 anni con l’UNHCR, di cui oltre una ventina in Africa orientale (Uganda, Gibuti, Etiopia, Somalia, Tanzania) e nel sud Caucaso/Medioriente (Azerbaigian e Iran). Nonostante ufficialmente fossi un funzionario internazionale, la nazionalità emergeva spesso nelle interazioni locali. L’essere italiano suscitava generalmente simpatia, perfino in Etiopia, dove l’Italia fascista commise gravi crimini di guerra incluso l’uso di gas tossici. Si apprezzava che il colonialismo italiano avesse lasciato importanti opere di ingegneria civile e che gli italiani si fossero mescolati con la popolazione locale. Non a caso, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Haile Selassie fu magnanimo con le migliaia di italiani rimasti nel Paese, ben diversamente da Idi Amin, che in Uganda cacciò decine di migliaia di asiatici nel 1971.
In Iran, nel 1991, durante una missione al confine iracheno per soccorrere rifugiati curdi, dovevo ottenere il permesso di visitare un grande campo profughi da un governatore locale ostile alle Nazioni Unite. Facendo appello alla comune cultura di ospitalità italiana e persiana, ottenni il permesso di visitare i campi e di dormire nella moschea locale, sotto la gigantografia dell’Imam Khomeini.
In Egitto, di ritorno da una missione al confine libico nel 2011, tentai con una collega e un consulente britannico di visitare le piramidi di Giza. Il guardiano all’ingresso rifiutò sia il lasciapassare ONU che quello diplomatico, ma quando vide sui nostri tesserini la nazionalità italiana chiese: “Berlusconi?” Abbozzammo un timido “sì” e ci fu aperto il cancello senza biglietto. Il binomio italiani-Berlusconi aveva funzionato dove ONU e diplomatici avevano fallito.
Il Paese dove ho sentito più forte l’amore per l’italianità è stato però l’Azerbaigian, dove ho lavorato in due periodi: dal 1995 al 1997 e poi come Capo Missione dal 2018 al 2023. Nella seconda missione, con il Paese diventato prospero grazie ai petrodollari, l’Italia era diventata per le élites azerbaigiane un modello di classe e stile, con vie di Baku che sembravano via Montenapoleone. Ma le radici di questa empatia sono più profonde: c’è l’ammirazione per la cultura europea — opera, cinema, TV — e la serie “La Piovra” con Michele Placido e Adriano Celentano erano cult in tutto l’ex blocco sovietico. Soprattutto, però, c’era un legame profondo nel comune status di Paesi “meridionali” dominati da vicini “nordici”: l’Azerbaigian era la Repubblica Socialista più meridionale e sfruttata dell’URSS (Baku è alla stessa latitudine di Napoli), così come l’Italia è percepita come periferia rispetto ai veri centri di potere europeo.
Il calcio è naturalmente parte dell’italianità percepita all’estero, con l’aspettativa che ogni italiano ne sia esperto. Nel 2018, a una cena di stato del Presidente Aliyev in onore di Mattarella, mi trovai a tavolo con alti dirigenti di SOCAR. Il vicedirettore e presidente della federazione calcistica azerbaigiana mi chiese della mia squadra: risposi “Milan” e lui replicò chiedendo se conoscessi Kakha Kaladzé. Per fortuna sapevo chi fosse, difensore georgiano del Milan negli anni 2000, appena nominato sindaco di Tbilis, e feci una bella figura.
La percezione positiva dell’italianità non va però data per scontata: va coltivata attraverso il comportamento individuale, simpatia, amore per la bellezza, rispetto per culture e leggi locali, ma anche attraverso istituzioni stabili e una politica estera coerente. L’approccio equilibrato dell’Italia sulla questione del Nagorno-Karabakh, rispetto alla Francia apertamente filoarmena, ha favorito non solo la fratellanza sociale con l’Azerbaigian, ma anche una partnership strategica per le forniture energetiche europee. Un’ultima considerazione: l’italianità positiva percepita nel mondo è fatta di tolleranza, arte, bellezza, tecnologia e rifiuto della guerra come strumento offensivo. Ma la Costituzione prevede anche la difesa della patria, e non c’è nulla di male a includere nel pacchetto anche forze armate adeguate e capacità cyber. Il consolidamento di Leonardo e Fincantieri e il miglioramento delle capacità militari italiane stanno già cambiando la percezione: su molti canali stranieri dedicati alla difesa, l’Italia viene guardata con rispetto crescente, lasciandosi alle spalle lo stereotipo degli italiani “imbelli e codardi”.