In un tempo segnato da incertezze multiple — guerre in Europa e in Medio Oriente, instabilità economica, transizione digitale, inflazione, crisi energetica — al punto che c’è chi sostiene di essere entrati in uno scenario di poli-crisi o addirittura di “permacrisi”, Sergio Mattarella continua a godere di un consenso straordinariamente elevato. Le rilevazioni più recenti attestano il gradimento degli italiani vicino al 70%. Un dato che non sorprende, considerando il ruolo psicologico e simbolico che il Presidente della Repubblica esercita nei periodi molto problematici.
In scienza politica si parla di rally ‘round the flag effect, una sorta di “riflesso” che si attiva nei momenti di pericolo e che incrementa il sentimento di coesione nazionale attorno ai capi di Stato e di governo. È un fenomeno ben documentato nella storia delle democrazie e si attiva quando la società percepisce un rischio collettivo e cerca una figura di riferimento – meglio se al di sopra delle parti – a cui affidarsi. In Italia, quella figura è il Presidente della Repubblica, tanto più in un’epoca di polarizzazione estrema, in cui pochi attori politici riescono a parlare a tutto l’elettorato senza generare una pregiudiziale opposizione o contrarietà identitaria.
Mattarella rappresenta, dunque, un’àncora di stabilità istituzionale. La sua figura è vissuta come rassicurante. La sobrietà e l’equilibrio con cui ha esercitato il suo ruolo in anni particolarmente turbolenti (dalla crisi pandemica ai governi di emergenza, fino al bis presidenziale) hanno contribuito a rafforzarne un profilo quasi notarile. Mentre i leader politici si contendono l’attenzione a colpi di dichiarazioni polarizzanti, Mattarella tende a rimanere silente sui temi divisivi, intervenendo quasi esclusivamente per riaffermare principi condivisi e unificanti: la Costituzione, l’unità nazionale, il rispetto delle istituzioni.

Il gradimento non deriva, dunque, da un’azione politica in senso stretto, ma dalla sua capacità di incarnare un’idea di Repubblica che tiene insieme gli italiani. In più, la distanza dal conflitto quotidiano della politica – una distanza istituzionalmente necessaria – contribuisce a far percepire il Presidente come un garante, non come un contendente.
Non è un caso che, mentre i leader di governo e opposizione oscillano nei consensi a seconda delle stagioni politiche, il Presidente riesca a mantenere un gradimento trasversale. In un sistema in cui l’identità politica è spesso costruita sul “noi” contro “loro”, la figura del Capo dello Stato resta uno dei pochi simboli inclusivi, in cui è ancora possibile riconoscersi senza sentirsi traditi.
Il Quirinale appare così come uno degli ultimi “luoghi sacri” della Repubblica, uno spazio istituzionale che ancora resiste alla logica della contesa quotidiana, che sembra aver colonizzato quasi tutte le altre istituzioni. Il consenso attuale verso il Capo dello Stato è quindi sicuramente figlio del contesto e delle prescrizioni costituzionali concernenti il suo ruolo, ma è anche il prodotto di uno stile. Nella poli-crisi permanente in cui viviamo, gli italiani sembrano cercare nel Quirinale un punto fermo: non un uomo forte, ma un uomo rassicurante, un punto di equilibrio. In questo senso, il Presidente non è solo la massima carica dello Stato: è anche, simbolicamente, il suo volto più affidabile. Una figura che non risolve i conflitti, ma li ricompone nel quadro costituzionale; che non guida il popolo, ma lo rappresenta nella sua interezza. E che svolge, in un sistema teso, una funzione di “cuscinetto”, attenuando l’attrito tra poteri e tra partiti.