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Si scrive infermieristica, si legge cura

l'autore
Federica Dato, giornalista a voler usare delle categorie. Cura le parole degli altri, quando non ne scrive di sue. Seppure è nel silenzio che spesso cerca le risposte. Crede ancora e fortemente nella politica e nell’uomo, nonostante tutto.
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Barbara Mangiacavalli, presidente Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche e già direttore dell’Asst Milano Nord e Bergamo Ovest, arriva da una formazione che integra le scienze infermieristiche alle competenze manageriali in ambito sanitario, diventando quindi una finestra privilegiata su uno dei nodi centrali della sanità contemporanea: il modo in cui la professione infermieristica viene raccontata, rappresentata e percepita: «Ci sono molti tentativi di narrazione nei giornali, in televisione e nel cinema ma il linguaggio mediatico e quello artistico sembrano ancora convinti che servano elementi straordinari per rendere interessante una storia: l’eroe, la vittima, il salvatore». In realtà, ci spiega, la straordinarietà della professione infermieristica sta proprio nella sua quotidianità, fatta ogni giorno di competenza, specializzazione e umanità.

«Nei luoghi dell’assistenza, dove infermieri e infermiere operano, il valore della professione è evidente a chiunque ne faccia esperienza diretta. Più complesso, invece, è scardinare i pregiudizi che continuano a sedimentarsi nell’immaginario collettivo. Una narrazione che, salvo rare eccezioni come il film L’Ultimo Turno di Petra Volpe, resta spesso ancorata a stereotipi datati: l’infermiere giovane donna, mediamente attraente, innamorata di un medico, relegata a mansioni puramente esecutive. Persistono termini anacronistici come “paramedico” o “caposala” e raramente viene riconosciuto il titolo accademico. Anche quando la figura viene celebrata come eroica si intravede la retorica di una professionalità sacrificabile». Iniziamo quindi dalle basi:

quanto pesa ancora uno storytelling che riduce l’infermiere a una figura “di supporto” e non a un professionista sanitario autonomo?
«Pesa certamente, ma l’inversione di tendenza è ormai in atto. Un esempio su tutti è la serie Netflix “Tutto chiede salvezza”, tratto dall’omonimo libro di Mencarelli. Nella prima stagione, lafigura dell’infermiere, interpretata da Ricky Menphis, va in forte contrapposizione con il paziente- protagonista e mostra talvolta il lato più rude della professione .La seconda stagione vede invece queste due figure diventare alleate, con il paziente che,pienamente riabilitato, sceglie di studiare per diventare infermiere lui stesso».

Cosa non viene quasi mai raccontato del lavoro quotidiano degli infermieri?
«Gli infermieri pianificano e identificano il proprio atto assistenziale all’interno di un processo diagnostico assistenziale infermieristico: esprimono un giudizio clinico sulle risposte della persona, della famiglia o della comunità a problemi di salute e a processi di vita. La diagnosi infermieristica costituisce la base
sulla quale scegliere gli interventi che permettono di raggiungere i risultati di cui l’infermiere è responsabile».

Si parla abbastanza delle conseguenze della carenza infermieristica sulla sicurezza dei pazienti e sulla qualità
dell’assistenza?

«Sì, ma in tv e sui mezzi di informazione specializzati. È una emergenza sociale che ancora nonarriva al grande pubblico e probabilmente sarà necessaria non solo l’azione dell’Ordine professionale, madello Stato nel suo complesso, per dare potenza a questo messaggio, anche con campagne ad hoc. Il problema della carenza infermieristica e il problema del Paese».

Perché una professione così centrale nella vita quotidiana delle persone continua a essere sottovalutata dall’opinione pubblica?
«Questa professione è visibile solo a chi ne ha bisogno. È un paradosso difficile da comprendere: più sei lontano da un luogo di cura, meno ti rendi conto della sua importanza; più ne hai bisogno, più capisci che lì c’è qualcosa di essenziale che non puoi dare per scontato. Non dovrebbe servire una malattia, un incidente o una degenza per riconoscere il valore di chi ti sta accanto in quei momenti».

Che ruolo dovrebbero avere i comunicatori nel raccontare correttamente la professione infermieristica?
«Credo che la cosa più semplice sia partire dall’etimologia del verbo “comunicare”: mettere in comune, condividere. Da ambo le parti, quindi da parte nostra e da parte di giornalisti, comunicatori, autori, si deve dar prova di volontà di collaborare per allineare la narrazione a quello che è il comune sentire dei cittadini che ogni giorno toccano con mano il contributo degli infermieri nel Sistema salute. I comunicatori devono fare domande, sollevare dubbi e la professione deve essere disposta e, allo stesso tempo, messa in condizione di rispondere. Solo in presenza di un rapporto di rispetto e riconoscimento dei ruoli è possibile fare un servizio utile al cittadino».

Mangiacavalli parla di scelte, quelle che fanno tra spartiacque tre l’innovazione tecnologica, il futuro del sistema sanitare e la retorica. Una cosa però pare chiara, forse due:  l’infermieristica è una professione sanitaria autonoma e scientifica, fondata su competenze, metodo e responsabilità nell’assistenza alla persona. Una comunicazione matura evita la retorica del sacrificio o della vocazione, privilegiando una narrazione basata su competenza, responsabilità e impatto assistenziale. E’ questo il primo irrinunciabile passo perché la Professione possa essere riconosciuta nella sua piena dimensione tecnica, scientifica e sociale.

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